Avia Pervia

Avia Pervia
"Great minds discuss ideas. Average minds discuss events. Small minds discuss people" Eleanor Roosevelt

mercoledì 16 dicembre 2015

In memory of Jane Austen

Photo credits: Repubblica su Tumblr:
 http://repubblicait.tumblr.com/
Oggi 16 dicembre, nasceva a Steventon, in Inghilterra, la scrittrice Jane Austen.

Fu una delle più grandi autrici di romanzi, figura di spicco della narrativa preromantica nonché tra le autrici del panorama letterario inglese più famose e conosciute al mondo.

Sono particolarmente legata a quest'autrice, di cui apprezzo lo stile sagace e capace di ritrarre, come una telecamera, i personaggi delle sue opere, rendendoli più che mai reali. 

Ciò che amo di più tuttavia, è la sua capacità di dissacrare con ironia le ipocrisie delle convenzioni sociali dell'epoca, senza tuttavia lasciare un'impressione di negatività al lettore. Ogni sua opera si chiude sempre con un lieto fine, forse quello che a lei è stato negato in vita.

Una curiosità: nel 2010, in occasione del 235° anno dalla nascita di Jane Austen Google ha dedicato all'autrice il doodle del giorno:



Vi riporto una breve biografia tratta da Wikipedia:


Biografia:


Penultima di otto figli, sei maschi e due femmine (James, George, Edward, Henry Thomas, Francis William Frank, Charles John, Jane e Cassandra Elizabeth), fu legata particolarmente alla sorella Cassandra (che, come l'autrice, rimase nubile), con la quale intrattenne una fitta corrispondenza, andata per la maggior parte distrutta.

Jane trascorse il primo anno della sua vita insieme a una balia, come era uso per l'epoca. Crebbe in un ambiente vivace e culturalmente stimolante; il padre si occupò personalmente della sua educazione insegnandole il francese e le basi della lingua italiana e contribuì alla sua crescita letteraria grazie ad una collezione di libri che contava circa 500 volumi.
Nel 1783, secondo le consuetudini familiari, Jane e Cassandra andarono a Oxford e in seguito a Southampton per approfondire la loro istruzione. Dal 1785 al 1786 le due sorelle frequentarono la Abbey School di Reading e tornarono a casa nel dicembre di quell'anno.

Tra il 1787 e il 1793 Jane Austen scrisse i suoi Juvenilia, tre raccolte, dai toni umoristici o gotici, di racconti, poesie, bozze di romanzi e parodie che emulavano la letteratura dell'epoca e che erano scritti per divertire la ristretta cerchia di conoscenti. Tutti i brani sono infatti dedicati ad amici e parenti ad eccezione di Edgar ed Emma. Amore e amicizia, il più famoso tra gli Juvenilia, è una parodia in forma epistolare dei racconti romantici; le protagoniste (Laura, Isabel e Marianne) descrivono per corrispondenza le proprie emozioni amorose con toni forti e violenti dimenticando il decoro e il buon senso. Austen tratterà approfonditamente questo tema pochi anni dopo col personaggio di Marianne Dashwood in Ragione e sentimento.

Nel dicembre del 1795 Austen conobbe Thomas Langlois Lefroy, il nipote di alcuni vicini di Steventon, per il quale inizia a provare un attaccamento; la famiglia Lefroy ritenne la figlia del reverendo Austen inadeguata socialmente per il giovane Tom e decise di allontanarlo da Steventon già nel gennaio del 1796. Data la dipendenza economica del giovane Lefroy dal prozio che si occupava dei suoi studi per indirizzarlo all'attività legale, il matrimonio fu così impossibile.

Tra il 1795 e il 1799 Austen iniziò la stesura di quelli che diventeranno i suoi lavori più celebri: Prime impressioni, prima bozza di Orgoglio e pregiudizio ed Elinor e Marianne che divenne Ragione e sentimento. Nel 1795 lavorò anche a un racconto epistolare, Lady Susan, e scrisse, appunto, il suo primo romanzo Elinor e Marianne. Nel 1796 iniziò a lavorare al suo secondo romanzo Prime impressioni, terminato nell'agosto del 1797 all'età di soli 21 anni.

Colpito dalle doti letterarie della figlia, George Austen, nello stesso anno, contattò un editore proponendo la pubblicazione di Prime impressioni ma senza ottenere alcun esito positivo. Tra il 1797 e il 1798 la Austen rielaborò Elinor e Marianne eliminandone lo stile epistolare e avvicinandolo molto alla stesura finale di Ragione e sentimento.
Terminata la revisione iniziò la stesura di un nuovo romanzo che la impegnerà per circa un anno, inizialmente intitolato Susan, poi diventato L'abbazia di Northanger, satira del romanzo gotico molto in voga ai tempi di Austen. Venduto nel 1803 per 10 sterline da Henry Austen a un editore, Benjamin Crosby, non fu pubblicato finché gli Austen non ne riacquistarono i diritti nel 1816.

Nel dicembre del 1800 il Reverendo Austen decise di lasciare Steventon per trasferirsi a Bath seguito dalla famiglia. Durante il soggiorno nella città Jane scrisse I Watson, rimasto incompleto, e lavorò ad alcune modifiche di Susan.
A Bath il padre morì improvvisamente nel 1805, lasciando la moglie e le due figlie in precarie condizioni finanziarie seppur aiutate da Edward, James, Henry e Francis Austen.

Nel 1806 le tre donne si trasferirono a Southampton, dal fratello Frank, e successivamente, nel 1809, a Chawton, un piccolo villaggio dell'Hampshire a pochi chilometri dal loro luogo di origine, dove il fratello Edward mise a disposizione della madre e delle sorelle un cottage di sua proprietà.
L'editore Egerton pubblicò, nel gennaio del 1813, Orgoglio e pregiudizio, ultima revisione di Prime impressioni.



Il romanzo fu accolto immediatamente molto bene e già nell'ottobre dello stesso anno ne fu stampata una seconda edizione. Nel 1812 iniziò la stesura di Mansfield Park, terminato e pubblicato nel 1814, ne furono vendute tutte le copie in sei mesi.

Sempre nel 1814 iniziò la stesura di Emma, concluso nel 1815 e pubblicato nel dicembre dello stesso anno da John Murray, noto editore di Londra. Emma fu l'ultimo romanzo di Jane Austen pubblicato in vita. Infatti il suo ultimo e più maturo romanzo, Persuasione (che scrisse nel 1815), fu pubblicato postumo nel dicembre del 1817 insieme a L'abbazia di Northanger.

Nel 1816 Austen si ammalò gravemente. Tra le varie ipotesi la più accreditata è quella che la Austen fosse stata colpita dal malattia di Addison, a quel tempo incurabile; nel 1817 la sorella Cassandra la condusse a Winchester, in cerca di una cura adeguata, ma in quella città la Austen morì e fu sepolta nella cattedrale.
Ancora oggi si può vedere il cottage dove visse gli ultimi tempi della sua vita e dove morì. Negli ultimi mesi di vita aveva continuato a scrivere iniziando la stesura di Sanditon, una satira sul progresso e sulle sue conseguenze, rimasto incompiuto a causa dell'aggravarsi della sua malattia. 
Nel suo testamento indicò di lasciare tutto ciò che aveva a sua sorella e la somma di 50 sterline al fratello.

I suoi romanzi furono pubblicati anonimamente, semplicemente con indicazioni quali "by a Lady" o "by the autor of Sense and Sensibility". Nonostante in alcuni circoli aristocratici il nome dell'autrice fosse noto, solo con la pubblicazione postuma de L'Abbazia di Northanger e Persuasione il fratello Henry rivelò il nome dell'autrice al pubblico.

In vita Jane non lasciò mai la sua famiglia e morì nubile come la sorella; dopo la sua morte, la sorella Cassandra, e in seguito i fratelli e i loro discendenti, distrussero gran parte delle lettere e delle carte private che le erano appartenute. Il nipote J. E. Austen-Leigh ne scrisse una biografia, A memoir of Jane Austen, pubblicata nel 1869; in essa la Austen viene presentata come una signorina esemplare, presa dalla vita domestica e dedita solo incidentalmente alla letteratura.

Pur vivendo nel periodo delle guerre napoleoniche, Austen non tratta mai nei suoi romanzi gli avvenimenti bellici. Le milizie di passaggio sono sullo sfondo degli eventi a lei più cari: le cerchie ristrette della provincia, le storie d'amore e la vita quotidiana.
Con ironia e arguzia illustra i personaggi che popolano la campagna inglese e che influenzano il sogno di felicità matrimoniale delle sue eroine.

Le donne sono il fulcro fondamentale di ogni romanzo, facendo di Jane Austen "una delle prime scrittrici a dedicare l'intero suo lavoro all'analisi dell'universo femminile" o, con le parole di Virginia Woolf, "l'artista più perfetta tra le donne".

L'ironia di Jane Austen non risparmia nessuno, neanche le sue eroine, di cui descrive pregi e difetti in maniera implacabile. Attraverso poche battute sarcastiche il lettore inquadra i personaggi senza la necessità di lunghe dissertazioni.

Le donne devono possedere virtù come la moderazione e il buon senso che vincono sulla spontaneità e la passione, come dimostra il diverso destino che la Austen riserva alla ragionevole Elinor e all'impetuosa Marianne in Ragione e sentimento.
La timida Fanny Price di Mansfield Park e la remissiva Anne Elliot di Persuasione attendono pazientemente il loro momento conquistando l'amore.
Ma anche Elizabeth Bennet coi suoi pregiudizi, la viziata Emma Woodhouse e la sognatrice Catherine Morland maturano e capiscono l'importanza della riflessione giungendo al, sempre presente, matrimonio desiderato.

La quotidianità diventa un importante soggetto narrativo: le abitudini, i luoghi e le classi sociali sono elementi essenziali per lo svolgimento degli eventi.

I paesaggi influenzano i caratteri, la riservata campagna è contrapposta alla corrotta città e ai suoi abitanti contro i quali l'autrice si schiera.

L'egoismo dei ricchi (i Ferrars, i Bertram) e l'avidità dei nobili (gli Elliot, Lady Catherine de Bourgh) sono gli ostacoli da superare per raggiungere la felicità.




Cinema e Televisione

La televisione e il cinema hanno prodotto numerose trasposizioni delle opere della Austen tra cui le più famose sono: "Pride and Prejudice" con Keira Knightley e Matthew MacFadyen (2005) e con Greer Garson e Laurence Olivier (1940); "Ragione e sentimento" del 1995 con Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant e Alan Rickman; "Emma" del 1948 diretto da  Michael Barry e del 1996 con Gwyneth Paltrow e Jeremy Northam; "Persuasione" del 1995 diretto da Roger Michell, con Amanda Root e Ciaran Hinds.
Da ricordare anche Becoming Jane, un film semi-biografico che racconta i primi anni della vita di Jane Austen, interpretata da Anne Hathaway, e incentrato sul suo rapporto con Thomas Langlois Lefroy, interpretato da James McAvoy.

Famosa è anche la serie televisiva "Pride and Prejudice" del 1995, con Jennifer Ehle e Colin Firth.

giovedì 26 novembre 2015

Stop violence against women

Il 25 novembre è la Giornata contro la violenza sulle donne eppure nonostante le numerose manifestazioni contro questa piaga sociale, c'è ancora chi si ostina a ritenere che siano giustificabili in una qualche misura le violenze. Anche nei casi in cui la violenza provoca la morte della donna.

Negli ultimi anni di femminicidio (o anche femicidio) si sente parlare parecchio a causa dei casi emersi dalle pagine di cronaca nera.

Ma cosa si intende con questo termine?
Non si tratta solo dell’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche di
qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. 
Questa è la definizione di femminicidio del Devoto-Oli 2009, ma il termine è attestato anche nel dizionario Zingarelli a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online, mentre Gradit 2007 ha femicidio registrato anche nei Neologismi Treccani 2012 come “femmicidio o femicidio”.



Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione di questo termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse un neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto.


Al di là delle resistenze all'accettazione del termine femminicidio, i dati che riportano i casi di violenza sono alquanto allarmanti e riportano una maggior incidenza per i casi di violenza domestica, piuttosto che da sconosciuti e in cui vi è una forte tendenza alla bassa scolarizzazione di coloro che perpetuano queste violenze.


Quali soluzioni?

Ovviamente creare un reato ad hoc non basta. Occorre incidere sulla cultura al rispetto non solo delle donne, ma dell'altro.

Pian piano sta cambiando la percezione del fenomeno, soprattutto nelle nuove generazioni, che si mostrano più ricettive e sensibili rispetto a queste tematiche.
Molto rimane ancora da fare, ma continuare a parlarne è sicuramente un passo imprescindibile.

Inoltre il supporto alle donne che subiscono violenze deve essere anche di tipo psicologico ed economico, nei casi in cui le donne rimangono col compagno violento perché non sono indipendenti economicamente o hanno figli a cui pensare.

C'è chi dice che la violenza contro le donne è ormai una piaga sconfitta in Italia.
Purtroppo i dati di osservatori e centri anti-violenza ci mostrano una realtà diversa.



venerdì 13 novembre 2015

Elogio della Gentilezza

Il 13 novembre si celebra la giornata dedicata alla gentilezza.

Ma cos'è la Gentilezza?
Gentilezza è amabilità, garbo, cortesia nel trattare gli altri. Può essere una qualità ereditaria o acquisita attraverso l'esercizio della virtù o con l'elevatezza dei sentimenti.

Un atto di gentilezza al momento giusto può fare tanto.  Come un raggio di sole in una giornata nuvolosa rischiara il cielo, in modo sorprendente e inaspettato, ci fa avere un pizzico in più di speranza nel prossimo.

Può innescare un circolo virtuoso negli altri, come ci mostra questo video:


Buona giornata della gentilezza allora, una delle caratteristiche che fanno di Cenerentola una delle eroine più amate delle fiabe con il suo motto:
"Sii gentile e abbi coraggio"
In un mondo sempre più frenetico dove siamo tutti stressati e distratti, la gentilezza è qualcosa che non riconosciamo più come la regola, ma come eccezione.
Non ci attendiamo alcun gesto di gentilezza dal prossimo, anzi per lo più è imperante il menefreghismo.
Spesso non solo non c'è gentilezza, ma nemmeno educazione.
D'altra parte siamo sempre pronti a dare la colpa agli altri di ciò che ci accade. Ci aspettiamo che siano gli altri a venire verso di noi, come se ci fosse dovuto.

Dedicare una giornata alla gentilezza dovrebbe essere un modo per farci rendere conto che il comportamento che teniamo verso gli altri può fare la differenza sulla qualità delle nostre giornate.

Ringraziare, salutare, dare una mano se vediamo qualcuno in difficoltà, o anche solo fare un sorriso, dovrebbero essere comportamenti standard da tenere.

Per esperienza posso dire che non è affatto semplice essere gentile nei confronti di persone sgradevoli e aggressive, senza un minimo di tolleranza verso il prossimo, come se la sola presenza li infastidisse e il fatto di essere gentili fosse estremamente irritante per loro, se non ridicolo.

La realtà è che tali persone sono spesso molto sole e tristi e sfogano la loro infelicità sugli altri.
Comportarsi così però non credo sia di grande aiuto nemmeno per loro. Anzi allontana tutti, anche quelle persone a cui si vorrebbe piacere.

Essere sociopatico è una "malattia" sempre più diffusa infatti.
In un mondo costantemente connesso sembra davvero un ironico contrappasso.
Certo non basta essere gentili un giorno all'anno. Così come non basta esser buoni solo sotto Natale.

Forse se pensassimo un po' meno a noi stessi e un po' di più agli altri e ci rendessimo conto che non esistiamo solo noi, anche il mondo in cui viviamo sarebbe un po' meno buio.






giovedì 5 novembre 2015

Vivien Leigh, l'eterna Rossella

Vivien Leigh è una tra le più celebri attrici teatrali e cinematografiche britanniche; se fosse ancora in vita oggi avrebbe compiuto 102 anni.

***

Nella sua trentennale carriera, fu una prolifica attrice non solo di cinema, ma anche e soprattutto di teatro, diretta più volte dal secondo marito Laurence Olivier, genere in cui interpretò ruoli molto differenti che vanno dalle eroine delle commedie di Noël Coward e George Bernard Shaw, a quelle delle tragedie shakespeariane.

Il suo volto sarà per sempre legato a Rossella (Scarlett) O'Hara, la protagonista del celeberrimo film Via col vento, vincitore di ben 8 premi Oscar, oltre a due premi speciali.

Nata in India il 5 novembre 1913 (come Vivian Mary Hartley) da un alto funzionario inglese delle colonie poco prima della Prima guerra mondiale, Vivian visse in quell'esotico continente fino all'età di sei anni.
Fu la madre a trasmetterle l'amore per il teatro e per la letteratura, narrandole storie della mitologia greca e indiana oltre che le opere di Rudyard Kipling, Lewis Carroll e Hans Christian Andersen.

Successivamente la famiglia si stabilì in Inghilterra dove Vivien frequentò una scuola gestita da suore, il convento del Sacro Cuore di Roehampton, dove divenne amica della futura attrice Maureen O'Sullivan, alla quale espresse per la prima volta il proprio desiderio di svolgere questa professione.
Fu un'infanzia complicata per la piccola Vivien, costretta a subire i rigidi sistemi imposti per darle un'educazione sufficientemente adeguata.

A diciotto anni, spinta dalla vocazione artistica e dalla consapevolezza della sua eccezionale bellezza, si iscrisse all'Accademia di Londra (R.A.D.A.).

Attratta dal teatro, ma interessata anche alla nuova forma di spettacolo che va prendendo sempre più piede: il cinema fece il suo ingresso nel mondo dorato dei set americani nel 1932.
Un anno prima, poco meno che ventenne, era già convolata a nozze con l'avvocato Hubert Leigh Holman.

Il 12 ottobre 1933 nacque la loro figlia Suzanne: malgrado il lieto evento, la vita matrimoniale e la maternità non risultarono congeniali all'irrequieta indole di Vivian e non la distolsero dalle sue ambizioni artistiche e dall'entusiasmo con cui affrontò i saggi all'Accademia e i primi lavori come modella pubblicitaria.

Colpito dall'interpretazione della Leigh in "The Mask of Virtue", Laurence Olivier la incontrò per congratularsi: tra i due nacque un'amicizia che si trasformò in attrazione reciproca due anni dopo, quando interpretarono il ruolo di due amanti nel film Elisabetta d'Inghilterra (1937).

Alla fine delle riprese divenne chiara la relazione tra i due, nonostante lui fosse sposato con l'attrice Jill Esmond. La Leigh e Olivier iniziarono una convivenza, malgrado i rispettivi coniugi rifiutassero entrambi di accordare loro il divorzio.

Fu nel 1938 che arrivò la grande occasione, vero e proprio biglietto vincente chiamato "Via col vento", film tratto dal fortunatissimo romanzo di Margaret Mitchell.
Fu con questo film che Vivien Leigh vinse un Oscar.

Affascinata dalla lettura di "Via col vento", popolare romanzo di Margaret Mitchell, nel febbraio 1938 Vivien aveva chiesto al suo agente americano di segnalarla al produttore David O. Selznick, che stava preparando una riduzione cinematografica dell'opera e che aveva organizzato un'imponente campagna pubblicitaria per trovare l'interprete adatta al ruolo della protagonista Rossella O'Hara.

Quando Myron Selznick, che era anche agente di Laurence Olivier, la conobbe personalmente, capì che aveva tutte le caratteristiche che il fratello David stava da tempo cercando per la protagonista di Via col vento, con l'unica pecca dell'accento inglese incompatibile con il personaggio di Rossella O'Hara, un'americana del Sud.
Condusse Vivien sul set il 10 dicembre 1938, mentre avvenivano le primissime riprese del film, ovvero l'incendio della città di Atlanta, e la presentò a David O'Selznick e al regista George Cukor, in seguito sostituito da Victor Fleming.

Il produttore rimase entusiasta della bellezza della Leigh, del suo temperamento e della vitalità con cui affrontò i provini. L'attrice vinse la concorrenza delle ultime tre candidate che ancora ambivano al ruolo dell'indomita Rossella, ovvero Paulette Goddard, Jean Arthur e Joan Bennett, e dopo pochi giorni ottenne la parte, iniziando a lavorare con impegno e determinazione per modificare il proprio accento inglese.

Ad inficiare il valore di questa scelta da parte dei produttori non mancano le malelingue. Qualcuno nell'ambiente subito sostenne che avesse approfittato della relazione instaurata, malgrado la fede nuziale al dito, con il celebre Laurence Olivier.

Al di là di come andarono realmente le cose, il successo del film non modificò più di tanto la personalità della Leigh, da sempre più interessata al teatro che al cinema. In questo, fu una diva piuttosto anomala nel panorama hollywoodiano, avendo girato nell'arco della carriera, nonostante le numerose offerte, solo una ventina di film.

Nel febbraio del 1940 Jill Esmond si arrese e concesse il divorzio a Olivier, mentre lo stesso fece Holman con Vivien Leigh, conservando però una stretta amicizia con lei, che durerà tutta la vita; sia la Esmond che Holman ottennero la custodia dei rispettivi figli.

Lawrence Oliver e Vivien Leigh in "Romeo and Juliet"
Il 30 agosto dello stesso anno, Vivien Leigh sposò Laurence Olivier a Santa Barbara (California), con una cerimonia civile a cui furono presenti solo i due testimoni, l'attrice Katharine Hepburn e lo scrittore e sceneggiatore Garson Kanin.

Nel 1941 girarono insieme Il grande ammiraglio, una delle tante pellicole che Hollywood realizzò con l'obiettivo di spingere il pubblico americano a un sentimento pro-britannico.
Il film, in cui Olivier e la Leigh interpretarono i ruoli di Horatio Nelson e della sua amante Emma Hamilton, ebbe grande successo al punto che Winston Churchill, che per molti anni intrattenne rapporti di amicizia con la coppia, ne organizzò una proiezione privata durante una festa cui partecipò anche Franklin Delano Roosevelt.

La depressione delle donne che interpretava sullo schermo era anche la sua.
Dalla capricciosa Rossella di "Via col vento" alla psicotica Blanche di "Un tram chiamato desiderio" (altro Oscar nel 1951, al fianco di Marlon Brando), i ritratti femminili di Vivien Leigh riflettevano la sua stessa debolezza di vivere e le sue stesse ansie interiori.

L'irrefrenabile passione per il fumo (pare che durante le riprese di "Via col vento" fumasse quattro pacchetti di sigarette al giorno) e una terribile depressione sembravano condannarla, e la situazione non migliorò di certo dopo l'allontanamento da Olivier nonostante sembrasse che i rapporti tra i due fossero sempre ottimi.

Trascorse gli ultimi anni di vita con l'attore John Merival, fino a che una grave forma di tubercolosi, da cui era affetta da più di vent'anni, se la portò via il 7 luglio 1967 all'età di cinquantatré anni.

Nel settembre del 2006 un sondaggio inglese l'ha incoronata la "più bella britannica di tutti i tempi". La sua battuta finale "Domani è un altro giorno" ha sicuramente fatto storia.

martedì 3 novembre 2015

Crimson Peak

Crimson Peak è un film del 2015 scritto e diretto da Guillermo Del Toro.
I protagonisti sono Mia Wasikowska, Jessica Chastain, Tom Hiddleston e Charlie Hunnam.

Ambientato nella cupa Inghilterra del nord all'inizio del '900, racconta la storia di Edith Cushing (Mia Wasikowska), giovane ereditiera e aspirante scrittrice di un ricco industriale americano.


Orfana di madre, Edith fin da piccola soffre di strane allucinazioni, da quando le è apparso il fantasma della madre, scomparsa prematuramente a causa del colera che la metteva in  guardia: "Stai lontana da Crimson Peak".

Passano diversi anni: Edith è ormai cresciuta e vive una vita assai appartata in compagnia del padre e dei suoi adorati scritti, quando incontra il misterioso e affascinante baronetto inglese Thomas Sharpe (Tom Hiddleston), venuto a Buffalo per ottenere un finanziamento dal padre di Edith per la sua invenzione.
Non ci vuole molto perché Edith si innamori di lui, nonostante il padre e un caro amico di famiglia, il dottor McMichael siano contrari.
In breve tempo accetta di sposarlo e dopo l'improvvisa morte del padre, da Buffalo si trasferisce a vivere nell'abitazione vittoriana degli Sharpe, in Inghilterra, assieme al marito e alla sorella di lui, la riservata e talentuosa pianista Lucille (Jessica Chastain).

Allerdale Hall, è un castello sulla via dello sfacelo, edificato su una cava di argilla rossa e in essa sta lentamente quanto inesorabilmente sprofondando.
Un bel cambiamento dall'industrializzata cittadina di Buffalo e dall'alta società americana a un'isolata residenza nella campagna inglese!

La vita di Edith, aspirante scrittrice di storie di fantasmi, si trasforma ben presto in un incubo.
Cominciano ad apparirle terrificanti fantasmi di donne che sembra vogliano non solo spaventarla ma offrirle inquietanti frammenti di fatti del passato.


Non riuscendo ad avere risposte in proposito né dal marito, che ogni notte scompare misteriosamente, né dalla cognata, decide di scoprire da sola cosa si nasconde dietro alle inquietanti apparizioni.
Cominciando a investigare in giro per la casa, pian piano mette insieme i pezzi della storia celata tra quelle mura.
Fino ad arrivare alla soluzione del mistero, una soluzione che svelerà molto più di quanto Edith avrebbe voluto scoprire.

Crimson Peak è un horror che trascina lo spettatore in un'epoca diversa, in una dimensione tra reale e gotico, a portarlo a immedesimarsi nella coraggiosa protagonista, giovane donna indipendente e alquanto determinata nel cercare la verità, quale che sia.


Il film gira intorno al legame tra la casa e i protagonisti, ciò che c'è intorno a questa e il passato: il regista crea così un originale equilibrio tra ciò che c'è in primo piano e ciò che c'è sullo sfondo, tra storia principale e storie secondarie.

Con un eccellente Tom Hiddleston e una perfetta Jessica Chastain, il film crea delle indovinate suggestioni nello spettatore, mentre Mia Wasikowska appare quanto mai azzeccata nei panni di una novella Mary Shelley, dopo aver già vestito quelli di Alice in Wonderland, fiaba horror per eccellenza.








martedì 27 ottobre 2015

Entro il 2020 un piano per la Scuola Digitale



Oggi 27 ottobre è stato presentato al MIUR il Piano nazionale per la Scuola Digitale, articolato su tre livelli: formazione, infrastrutture e contenuti.

Saranno stanziati fondi pari a un miliardo di euro in cinque anni per “riposizionare il modello educativo nazionale all'interno di una società che ha il digitale come elemento pervasivo” con una strategia complessiva che “è un piano di innovazione non solo infrastrutturale, ma anche di contenuti”. 

Questo è il quadro del Piano nazionale scuola digitale presentato dal ministro dell’Istruzione Stefania Giannini con l’obiettivo di riportare il sistema scolastico italiano al livello degli altri paesi sviluppati, colmando il gap che oggi emerge da tutte le statistiche internazionali. 


Il piano prevede una serie di azioni concrete che pongono “la digitalizzazione della scuola all’interno di una strategia complessiva del Governo per il rilancio del sistema paese”.
Adeguare le infrastrutture portando la fibra ottica e la banda ultralarga negli istituti, formare i docenti all'utilizzo delle competenze digitali, affrontare i temi di sicurezza, privacy e cyberbullismo  e curare il raccordo tra scuola e imprese, sono solo alcune delle azioni previste dal piano, che puntano a una ponderata educazione digitale in cui il modello educativo sia incentrato sullo studente che diventa soggetto attivo nell'interazione con il docente. Tra le innovazioni viene previsto l'obiettivo di portare il coding a tutta la scuola primaria e l'istituzione di un Osservatorio tecnologico presso il Miur per il monitoraggio dell'evoluzione del piano per le eventuali rimodulazioni in corso d'opera.

Per la “formazione in servizio per l'innovazione didattica e organizzativa” sono previste risorse di 10 milioni di euro l'anno da investire nell'arco del quinquennio. Lo scopo è fare in modo che anche il docente più estraneo alle nuove tecnologie acquisisca competenze digitali, richieste per insegnare alle generazioni di studenti "nativi digitali".
Mille tra professori e presidi verranno scelti per seguire corsi in qualche università straniera che eccelle in materia di digitalizzazione nell'estate 2016.

Duemila saranno invece quelli che avranno un ruolo di guru tecnologico, in qualità di Responsabili Digitali, coloro che avranno il compito di attivare  le politiche innovative del piano coinvolgendo colleghi, studenti e famiglie, coordinandosi con le reti e le eccellenze, per una messa a sistema delle buone pratiche già esistenti.

Questo piano si pone l'ambizioso obiettivo di adeguare entro il 2020 la Scuola a una società profondamente mutata dallo sviluppo delle nuove tecnologie e di adeguarla ai tempi odierni, per poter corrispondere alle esigenze attuali del mondo del lavoro a cui si preparano i ragazzi.
Su L'Unità ne parla la deputata Anna Ascani che sul tema Scuola e digitale si è spesa: http://www.unita.tv/opinioni/cosi-la-scuola-diventa-digitale-e-sapra-parlare-meglio-ai-ragazzi/

giovedì 15 ottobre 2015

Alcune riflessioni sul fine vita dopo la legalizzazione dell'Eutanasia in California


Anche la California ha approvato una legge sul suicidio assistito.
Lo scorso 5 ottobre il cattolico governatore della California, Jerry Brown, ha firmato il provvedimento con cui viene legalizzata l’eutanasia anche nello stato americano da lui governato. Il provvedimento entrerà in vigore a partire dal prossimo 1 gennaio 2016.
Il governatore cattolico Jerry Brown ha deciso di firmare la legge nonostante l’opposizione della chiesa cattolica a tale pratica.
Ha affermato che «Un’opzione che può essere un conforto è un diritto». Brown da giovane aveva studiato in un seminario gesuita, spiegando di aver a lungo ponderato questa difficile decisione alla luce delle sue convinzioni religiose, ha ritenuto di dover firmare la legge:
«Alla fine ho cercato di pensare cosa avrei voluto in caso di una mia malattia terminale - ha dichiarato il democratico  - Non so cosa io farei se mi trovassi a morire tra dolori prolungati e strazianti. Sono certo, comunque, che mi sarebbe di conforto poter valutare l’opzione offerta da questa legge. E quindi non vorrei negare agli altri questo diritto».

Una volta entrata effettivamente in vigore, la legge permetterà ai medici di prescrivere ai malati terminali adulti ed in pieno possesso delle loro facoltà mentali dosi di farmaci per provocare una "morte dolce".

La legge è stata redatta sul modello di quella entrata in vigore nel 1997 in Oregon, il primo dei cinque Stati americani che hanno legalizzato il suicidio assistito, dove lo scorso anno 105 malati terminali si sono suicidati usando i farmaci prescritti dai loro medici. Lo stesso Stato dove si era rifugiata anche Brittany Maynard, la ragazza di 29 anni che chiedeva alla California di poter di morire con dignità. Era, secondo le statistiche, il malato terminale numero 1174 ad avere ottenuto l’autorizzazione al suicidio assistito. E il malato numero 753 a essere andato fino in fondo.

La firma di Brown mette fine a un appassionato dibattito che si è acceso in California intorno all’ "End of Life Option Act". «Questo è un giorno triste per la California» è stata la dichiarazione di Tim Rosales, portavoce dell’associazione Californians Against Assisted Suicide, che ha visto la partecipazione di medici, gruppi per la difesa dei disabili e gruppi cattolici mobilitati contro la legge. Riferendosi al fatto che Brown ha giustificato la sua decisione pensando ad una sua ipotetica esperienza personale, Rosales ha ricordato che «l’ambiente da cui proviene il governatore è molto diverso da quello di milioni di californiani che vivono in povertà, senza lo stesso accesso alle cure mediche: queste persone e i loro familiari potrebbero rischiare se ai medici venisse dato il potere di prescrivere loro dosi letali di medicinali».

Con la California salgono a cinque gli Stati USA in cui è possibile praticare il suicidio assistito. Gli altri Stati sono: Washington, Oregon, Vermont e Montana.
La decisione della California di votare favorevolmente per l’introduzione del suicidio assistito (termine con cui si intende l’aiuto medico ed amministrativo portato ad un soggetto che ha deciso di morire tramite suicidio) è stata probabilmente raggiunta anche grazie al sostegno profuso per la causa da Brittany Maynard che, per porre fine alle proprie sofferenze, fu costretta a trasferirsi dalla California all’Oregon alla fine dello scorso anno. 
La ragazza, prima di portare a termine la propria scelta, lanciò un appello al mondo, sostenendo che il suo non era un suicidio volontario, ma solo una scelta consapevole per evitare ulteriori sofferenze determinate dall’avanzare del cancro che la stava lentamente uccidendo.


Dichiarazioni del genere avrebbero dovuto far riflettere, anche ben oltre i confini dello stato di provenienza di Brittany.
Il Vaticano non tardò a condannare il gesto della giovane, definendolo “indegno”.

In Italia molti ricorderanno la vicenda di Piergiorgio Welby, militante del Partito Radicale e vice presidente dell’Associazione Luca Coscioni.
Il c.d. caso Welby balzò alle cronache negli ultimi anni della sua vita quando, gravemente malato, chiese che venisse “staccata la spina”, ovvero l’interruzione delle terapie che continuavano a tenerlo in vita.
L’esperienza di Welby è lucidamente raccontata nell’autobiografia “Lasciatemi morire”. Quando alla fine del 2006 Welby riuscì finalmente ad ottenere "la dolce morte", dopo una difficile battaglia legale, il Vaticano gli negò il funerale cattolico, esprimendo una chiara condanna verso la scelta che era stata compiuta.


Il tema del fine vita è una questione oltremodo delicata che tocca le nostre coscienze.
A sommesso avviso di chi scrive, ciò che deve sempre essere al centro di qualsiasi legge che venga ad essere proposta e approvata sul tema, deve essere il benessere del paziente.

Credo che sia questo il minimo comune denominatore nella redazione di una legge sul fine vita.
Perché anche di questo tema si deve parlare. 
Non possiamo negare il fatto che di questi tempi malattie invalidanti, incurabili ed estremamente dolorose come il cancro, siano diventati un'ombra nefasta nella vita di molte famiglie. 
La convinzione che la vita sia un diritto indisponibile, che sia o meno derivante da motivi religiosi, non può non tenere conto del benessere psicofisico del malato.

Ciò che spesso si tace, tuttavia, è che l'eutanasia corre il rischio di risultare una via di facile risparmio economico per gli Stati che sono erogatori delle cure sanitarie.

L'Eutanasia in Europa
Purtroppo le terapie che leniscono il dolore più efficaci e che renderebbero l'accompagnamento del paziente verso la fine dell'esistenza non doloroso, le c.d. cure palliative  hanno costi elevati che gli Stati dovrebbero accollarsi, e che se lasciati sulle spalle delle famiglie rischierebbero di sfociare nella soluzione di convincere il malato a chiedere l'eutanasia.


Ritengo sia giusto avere una legge sul testamento biologico, contro l'accanimento terapeutico, da un lato, ma che all'altro si possano e si debbano incentivare molto di più le terapie del dolore, che permettano di togliere uno dei principali motivi per cui il malato chiede l'eutanasia: la sofferenza e il dolore fisico.

lunedì 28 settembre 2015

In ricordo di Pietro Ingrao, l'uomo che voleva la luna


Qualsiasi linguaggio che offenda l'avversario è inaccettabile.
La violenza verbale non mi piace. Quella di ieri e quella di oggi. Non mi sta bene politicamente e nemmeno stilisticamente. 
- Pietro Ingrao 

venerdì 25 settembre 2015

In ricordo di Sandro Pertini, il "Presidente più amato dagli Italiani"


"Battetevi sempre per la Libertà, per la Pace, per la Giustizia Sociale. La Libertà senza Giustizia Sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame. [...] Libertà e Giustizia sociale sono un binomio inscindibile. Lottate quindi con fermezza giovani che mi ascoltate, perchè lottate per il vostro domani, per il vostro avvenire" 
Appello ai giovani di Sandro Pertini 


Alessandro Pertini, detto Sandro (San Giovanni di Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990), è stato un politico, giornalista e partigiano italiano
Fu il settimo Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, secondo socialista (dopo Giuseppe Saragat) e primo esponente del PSI a ricoprire la carica.

Durante la prima guerra mondiale, Pertini combatté sul fronte dell'Isonzo, e per diversi meriti sul campo gli fu conferita una medaglia d'argento al valor militare nel 1917. Nel dopoguerra aderì al Partito Socialista Italiano e si distinse per la sua energica opposizione al fascismo. 
Perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, nel 1925 fu condannato a otto mesi di carcere, e quindi costretto a un periodo di esilio in Francia per evitare una seconda condanna. Continuò la sua attività antifascista anche all'estero e per questo, dopo essere rientrato sotto falso nome in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato prima alla reclusione e successivamente al confino.

Nel 1943, alla caduta del regime fascista, fu liberato. Partecipò alla battaglia di Porta San Paolo nel tentativo di difendere Roma dall'occupazione tedesca. Contribuì poi a ricostruire il vecchio PSI fondando insieme a Pietro Nenni il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Nello stesso anno fu catturato dalle SS e condannato a morte; riuscì a salvarsi grazie a un intervento dei partigiani delle Brigate Matteotti.

Divenne in seguito una delle personalità di primo piano della Resistenza italiana e fu membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del PSIUP. Da partigiano fu attivo soprattutto a Roma, in Toscana, Val d'Aosta e Lombardia, distinguendosi in diverse azioni che gli valsero una medaglia d'oro al valor militare. Nell'aprile 1945 partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l'insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti.

Nell'Italia repubblicana fu eletto deputato all'Assemblea Costituente per i socialisti, quindi senatore nella prima legislatura e deputato in quelle successive, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Ricoprì per due legislature consecutive, dal 1968 al 1976, la carica di Presidente della Camera dei deputati, infine fu eletto Presidente della Repubblica Italiana l'8 luglio 1978.

Andando spesso oltre il ruolo istituzionale, il suo mandato presidenziale fu caratterizzato da una forte impronta personale che gli valse una notevole popolarità, tanto da essere ricordato come il "presidente più amato dagli italiani".

Come Capo dello Stato ha conferito l'incarico a sei Presidenti del Consiglio: Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Arnaldo Forlani, Giovanni Spadolini, Amintore Fanfani e Bettino Craxi; ha nominato cinque senatori a vita, Leo Valiani nel 1980, Eduardo De Filippo nel 1981, Camilla Ravera nel 1982 (prima donna senatrice a vita), Carlo Bo e Norberto Bobbio nel 1984; ha infine nominato tre Giudici della Corte costituzionale nel 1978 Virgilio Andrioli, nel 1980 Giuseppe Ferrari e nel 1982 Giovanni Conso. In qualità di presidente della Repubblica, conferì inoltre nel 1979, per la prima volta dal 1945, a un esponente laico, il repubblicano Ugo La Malfa, il mandato di formare il nuovo governo, incaricando quindi, con successo, nel 1981, il segretario del PRI Giovanni Spadolini (primo non democristiano ad assumere la guida del governo dal 1945), e nel 1983 il segretario del PSI Bettino Craxi (primo uomo politico socialista a essere nominato presidente del Consiglio nella storia d'Italia).

mercoledì 12 agosto 2015

Ricordiamo l'Eccidio di Sant'Anna di Stazzema


Oggi, ricorre il 71esimo anniversario dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, quando nel paese toscano le SS uccisero 560 persone.

Non possiamo dimenticare che il 12 agosto di 71 anni fa a S.Anna di Stazzema nazisti e fascisti compirono una tra le stragi piu' efferate. Fra i massacrati, 130 bambini.
Dimenticarli sarebbe ucciderli ancora.
Ricordiamo i loro nomi nelle nostre coscienze, nel chiedere incessantemente verità e giustizia per tutte le vittime delle stragi nazifasciste.
L'eccidio di Sant'Anna di Stazzema fu un crimine contro l'umanità commesso dai soldati tedeschi della 16. SS-Panzergrenadier-Division "Reichsführer SS", comandata dal generale (Gruppenführer) Max Simon, il 12 agosto 1944 e continuato in altre località fino alla fine del mese.
Il giorno precedente, l'11 agosto 1944, la divisione aveva commesso già l'eccidio della Romagna.

All'inizio dell'agosto 1944 Sant'Anna di Stazzema era stata qualificata dal comando tedesco come "zona bianca”, ossia località adatta ad accogliere sfollati: per questo la popolazione, in quell'estate, aveva superato le mille unità.
I partigiani avevano abbandonato la zona senza aver svolto operazioni militari di particolare entità contro i tedeschi.
Nonostante ciò, all'alba del 12 agosto 1944, tre reparti di SS salirono a Sant'Anna mentre un quarto chiudeva ogni via di fuga a valle sopra il paese di Valdicastello. Alle sette il paese era circondato. Quando le SS giunsero a Sant'Anna, accompagnati da fascisti collaborazionisti che fecero da guide, gli uomini del paese si rifugiarono nei boschi per non essere deportati mentre donne, vecchi e bambini, sicuri che nulla sarebbe capitato loro, in quanto civili inermi, restarono nelle loro case.


In poco più di tre ore vennero massacrati 560 civili, in gran parte bambini, donne e anziani.
I nazisti li rastrellarono, li chiusero nelle stalle o nelle cucine delle case, li uccisero con colpi di mitra, bombe a mano colpi di rivoltella e altre modalità di stampo terroristico.
La vittima più giovane, Anna Pardini, aveva 20 giorni. Gravemente ferita, la rinvenne agonizzante una sorella miracolosamente superstite, tra le braccia della madre ormai morta. Morì pochi giorni dopo nell'ospedale di Valdicastello. Infine, incendi appiccati a più riprese causarono ulteriori danni a cose e persone.


Non fu una rappresaglia (ovvero di un crimine compiuto in risposta a una determinata azione del nemico): come è emerso dalle indagini della procura militare di La Spezia, infatti, si trattò di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per annientare la popolazione, la loro volontà e tenerla sotto controllo grazie al terrore.

L'obiettivo era quello di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra le popolazioni civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.

La ricostruzione degli avvenimenti, l'attribuzione delle responsabilità e le motivazioni che hanno originato l'Eccidio sono state possibili grazie al processo svoltosi al Tribunale militare di La Spezia che si è concluso nel 2005 con la condanna all'ergastolo per dieci SS colpevoli del massacro; sentenza confermata in Appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007.

Nella prima fase processuale si è svolto, grazie al pubblico ministero Marco De Paolis, un imponente lavoro investigativo, cui sono seguite le testimonianze in aula di superstiti, di periti storici e persino di due SS appartenuti al battaglione che massacrò centinaia di persone a Sant'Anna.

Fondamentale, nel 1994, anche la scoperta avvenuta a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi, di un armadio chiuso e girato con le ante verso il muro, ribattezzato poi “armadio della vergogna”, poiché nascondeva da oltre 40 anni documenti che sarebbero risultati fondamentali ai fini di una ricerca della verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia nel secondo dopoguerra.



Prima dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, nel giugno dello stesso anno, SS tedesche, affiancate da reparti della X MAS, massacrarono 72 persone a Forno. Il 19 agosto, varcate le Apuane, le SS si spinsero nel comune di Fivizzano (Massa Carrara), seminando la morte fra le popolazioni inermi dei villaggi di Valla, Bardine e Vinca, nella zona di San Terenzo. Nel giro di cinque giorni uccisero oltre 340 persone mitragliate, impiccate, persino bruciate con i lanciafiamme.

Nella prima metà di settembre, con il massacro di 33 civili a Pioppetti di Montemagno, in comune di Camaiore (Lucca), i reparti delle SS portarono avanti la loro opera nella provincia di Massa Carrara. Sul fiume Frigido furono fucilati 108 detenuti del campo di concentramento di Mezzano (Lucca), a Bergiola i nazisti fecero 72 vittime.
Avrebbero poi continuato la strage con il massacro di Marzabotto.

martedì 11 agosto 2015

In ricordo di Robin Williams


"I always thought that the worst thing in life was to be alone. I't's not so. The worst thing is to be with people who make you feel alone".  Robin Williams

                  
Esattamente un anno fa, l'11 agosto 2014Robin Williams ha spento il suo sorriso, ci ha lasciato un grande attore che ha saputo farci emozionare, farci ridere, farci piangere con le sue interpretazioni. 

Tanti personaggi diversi e una grande capacità di entrare nella parte, di improvvisare.

Grazie Robin.

martedì 4 agosto 2015

Legalizzare la Cannabis è una soluzione contro il consumo di droghe pesanti?



Per chi non lo sapesse, il 15 luglio è stata presentata la proposta di legge sulla legalizzazione della Cannabis.
Si tratta di una proposta di legge condivisa trasversalmente da 218 parlamentari, presentata a Montecitorio dall’Intergruppo che negli ultimi mesi ha lavorato cercando di compendiare le diverse proposte sul tavolo. Si va da quella di Pippo Civati a quella di Roberto Giachetti, passando per la proposta Ferraresi del Movimento Cinque Stelle.


Per spiegare nei dettagli di cosa si tratta è stato creato dall’intergruppo parlamentare anche un sito web: www.cannabislegale.org/
La proposta per slides:









Per ulteriori approfondimenti sulla proposta:  www.cannabislegale.org/proposta-di-legge/
Per onestà intellettuale, devo ammettere di non essere mai stata né una consumatrice né una paladina della legalizzazione della cannabis tout court, a me solo l'odore fa girare la testa e venire la nausea..! 

Tuttavia pare che i tempi siano ormai maturi per occuparsi di questo tema e stabilire dei punti fermi, ad esempio per quanto riguarda la cannabis a scopo terapeutico.
 Diversi studi clinici hanno accertato che la cannabis sia utile per particolari tipi di malattie,  come ad esempio alcuni tipi di tumore, ovviamente sotto stretto controllo e prescrizione medica.

Negli Stati Uniti la legalizzazione della cannabis ad uso terapeutico tocca la stragrande maggioranza degli stati.



Dare sollievo ai nostri malati non è un obiettivo meritevole di  essere perseguito,  anche attraverso l'uso della cannabis se occorre? 
Mentre è necessario continuare a combattere con fermezza il consumo delle droghe pesanti, ancor più alla luce degli ultimi fatti di cronaca, in cui un sedicenne è deceduto a seguito dell’assunzione di ecstasy in un ben noto locale della movida romagnola, a cui è seguita la sanzione della chiusura dello stesso per quattro mesi. 

Viene da pensare che la temporanea chiusura della discoteca sia solo un palliativo per lenire le coscienze. Occorre farsi carico del problema droghe e giovani, con serietà, non semplicemente una tantum, quando si verificano i decessi, partendo da un dato incontestabile:  il proibizionismo assoluto finora non ha sortito grandi effetti dissuasori, tutt'altro.


Distinguere tra droghe leggere e pesanti per concentrare gli sforzi di lenire quella che è da anni una piaga sociale con gravi ripercussioni sulle famiglie e con un alto costo sociale causato dalla presa in carico dei soggetti tossicodipendenti da parte dello Stato, potrebbe essere una strada da vagliare seriamente. 

Senza ipocrisia e paternalismo dobbiamo ammettere che il consumo smodato di sostanze stupefacenti, di alcol, come altri preoccupanti fenomeni giovanili, dipendano in larga parte dal declino del ruolo educativo della famiglia




La questione è come mettere un freno a questa piaga che ha rilevanti ripercussioni sociali in modo efficace.
Colpire con pesanti sanzioni pecuniarie salate chi viene trovato in possesso di droghe pesanti, se minorenni, quindi a carico della famiglia, potrebbe porre un freno adeguato al laissez-faire di molti genitori, più generatori biologici, che educatori?

Dove non arriva l'educazione potrebbe arrivare lo spauracchio di dover pagare la sanzione, in quanto è risaputo che all'orecchio di chi non sente ragioni di etica e principi, giunge tuttavia perfettamente il messaggio, nel caso si tocchi il portafoglio...
In tal caso il genitore avrebbe forse la giusta motivazione per "educare la prole alla droga".









mercoledì 29 luglio 2015

29 luglio 1976 - Tina Anselmi prima donna Ministro in Italia

"Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci" - Tina Anselmi

Il 29 luglio 1976, con la nomina a Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel terzo governo di Giulio Andreotti, la democristiana veneta, Tina Anselmi, diventa la prima donna italiana a ricoprire un ruolo di Ministro nella storia della Repubblica.

Biografia:
Nata a Castelfranco Veneto (TV) il 25 marzo 1927, dopo aver fatto parte della Resistenza durante la guerra, si iscrive alla Democrazia Cristiana, insegna in una scuola elementare e  intraprende una carriera nel sindacato. Nel 1968 entra in Parlamento, dove resterà fino al 1992. Dopo la storica nomina a Ministro nel 1976, dal 1978 al 1979 fu anche Ministro della Sanità in due governi Andreotti.
Fu promotrice di una legge sulle pari opportunità e diede vita al Servizio Sanitario Nazionale.
Dal 1981 al 1985 fu Presidente della Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla Loggia Massonica P2.

Per un approfondimento biografico vi segnalo un articolo della mia rubrica "Le donne di Prassagora" scritto in occasione del compleanno di Tina Anselmihttp://corriereillume.it/le-donne-di-prassagora/tina-anselmi-primo-ministro-donna-ditalia-1406/

La nostra storia ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente concimati, attraverso la responsabilità di tutto un popolo.Dovremmo riflettere sul fatto che la democrazia non è solo libere elezioni, non è solo progresso economico. E' giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. E' tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. E' pace”- tratto da "Storia di una passione politica", T. Anselmi


Il tema delle donne in politica è un tasto delicato.
Nonostante gli sforzi, occorre rendersi conto che ad oggi sono 80 i paesi del mondo, circa il 40%, che sono stati governati almeno un giorno da una donna, mentre restano poche le donne al comando.

L'Italia, nonostante l'impresa della Anselmi, è tra i paesi che non hanno mai avuto un Primo Ministro o un Presidente a capo del governo o dello Stato.

Quanta strada c'è ancora da fare per la parità di genere..!
A esempio battersi per il riconoscimento della parità di trattamento economico lavorativo e per l'ampliamento del numero di donne ai vertici sia istituzionali che nei CdA.

Perché se i dati delle statistiche ci dicono che le donne hanno mediamente punteggi migliori nei test e all'Università, ancora abbiamo bisogno del ricorso alle quote rosa, purtroppo.
Ideologicamente sarei contraria, ma per sconfiggere il maschilismo che ancora permea la nostra cultura, possono forse essere un mezzo per accelerare il percorso verso la parità di genere.

Inoltre è fondamentale avere esempi di donne che sono riuscite a farsi strada in ambienti prettamente maschili: penso ad esempio a Samantha Cristoforetti che potrà essere un punto di riferimento per le bambine di oggi e di domani che vorranno diventare astronauta. Penso a Elena Cattaneo, neurobiologa eletta senatrice a vita o a Marta Cartabia, Giudice della Corte Costituzionale e a tante altre donne che potranno ispirarci per raggiungere i nostri obiettivi.

E' grazie alle donne come Tina Anselmi, che hanno aperto e apriranno strade inesplorate prima, che altre potranno, seguendo i loro passi, ripercorrerle per realizzare i loro sogni.



Ricordando Rocco Chinnici e la strage di via Pipitone

Rocco Chinnici


 Oggi in occasione del 32esimo anniversario della strage di via Pipitone, in cui un'autobomba uccise il magistrato antimafia Rocco Chinnici, due carabinieri e il portiere dello stabile ricordiamo che fu la prima strage, quella che inaugurò la fase stragista mafiosa. 


Stamattina a Palermo si è svolta una breve commemorazione: sotto la lapide sono state deposte quattro corone (Regione, Ars, Comune e Carabinieri), il picchetto dell'Arma dei carabinieri, cittadini, autorità e anche i bambini del "Centro Padre Nostro" di Brancaccio hanno partecipato alla commemorazione. 

Presenti, tra gli altri, i figli di Rocco Chinnici, Caterina, eurodeputata del Pd, e Giovanni, assieme alla vedova dell'appuntato Trapassi, mentre tra le autorità il questore Guido Longo, il comandante provinciale dei carabinieri, Giuseppe De Riggi, il generale Riccardo Amato, comandante interregionale "Culqualber", il presidente dell'Ars Giovanni Ardizzone, il presidente del Tribunale Salvatore Di Vitale, l'avvocato generale Ignazio De Francisci, il presidente della Corte d'appello Gioacchino Natoli e il procuratore generale Roberto Scarpinato, l'ex componente del pool antimafia Giuseppe Di Lello. Era presente anche l'unico sopravvissuto di quella strage, Giovanni Paparcuri, autista di Rocco Chinnici.
Secondo Caterina Chinnici "esiste solo un'antimafia che è quella dell'impegno quotidiano che ognuno di noi deve mettere per ricordare e trasmettere i valori della legalità".  


Rocco Chinnici, nacque a Misilmeri, 19 gennaio 1925, magistrato, fu una delle vittime di Cosa Nostra. 
È stato l'ideatore dell'istituzione del "pool antimafia", che diede una svolta decisiva nella lotta alla mafia.
Quando nel 1980, cosa nostra uccise il capitano dell'Arma dei Carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), amico di Chinnici, con cui aveva condiviso indagini sulla mafia, i cui esiti i due giudici si scambiavano in tutta riservatezza dentro un ascensore di servizio del palazzo di Giustizia, Chinnici ebbe l'idea di istituire una struttura collaborativa fra i magistrati dell'Ufficio (poi nota come "pool antimafia"), conscio che l'isolamento dei servitori dello stato li espone all'annientamento e che, in particolare per i giudici ed i poliziotti, li rende vulnerabili poiché uccidendo chi indaga da solo, si seppellisce con lui anche il portato delle sue indagini.

Entrarono a far parte della sua "squadra" alcuni giovani magistrati fra i quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con quest'ultimo, per pura coincidenza, condivideva il giorno di nascita, il 19 gennaio. 
Altro avrebbe legato le tre figure qualche anno dopo. «Un mio orgoglio particolare» - disse Chinnici in una intervista - «è una dichiarazione degli americani secondo cui l'Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre magistrature d'Italia. I magistrati dell'Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero». 

Il primo grande processo a cosa nostra, il cosiddetto maxi processo di Palermo, è il risultato del lavoro istruttorio svolto da Chinnici.

Chinnici partecipò, in qualità di relatore a molti congressi e convegni giuridici e socio-culturali, e credeva nel coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia, recandosi nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e del pericolo della droga
In una nota intervista a "I Siciliani" di Pippo Fava: «[...] sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c'è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.
Il rifiuto della droga costituisce l'arma più potente dei giovani contro la mafia».

Ed in altra occasione aveva detto: «Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi [...] fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai».

Fu anche uno studioso del fenomeno mafioso, del quale diede in più occasioni definizioni molto decise. Nella sua relazione sulla mafia tenuta nell'incontro di studio per magistrati organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura a Grottaferrata il 3 luglio 1978 così si era espresso: “Riprendendo il filo del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall'unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia”, e più oltre aggiunge: “La mafia … nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.

Più tardi, nella detta intervista a I Siciliani, approfondì la definizione: «La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. [...] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini».

In una delle sue ultime interviste, Chinnici disse: «La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. 
Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare».

Rocco Chinnici fu ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 126 verde imbottita con 75 kg di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il sicario della mafia Antonino Madonia
Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi. L'unico superstite fu Giovanni Paparcuri, l'autista. Ad accorrere fra i primi furono due dei suoi figli, ancora ragazzi.

In Assise il giudice Antonino Saetta si contraddistinse per le dure pene inflitte ai sicari di Rocco Chinnici; fu anche lui ucciso, insieme al figlio Stefano, in un tragico attentato il 25 settembre 1988 a Caltanissetta.

Il processo per l’omicidio ha individuato come mandanti i fratelli Nino e Ignazio Salvo, e si è concluso con 12 condanne all’ergastolo e quattro condanne a 18 anni di reclusione per alcuni fra i più importanti affiliati di Cosa Nostra.

Maurizio Artale, su "il Fatto Quotidiano" scrive che "Oggi per fortuna la mafia non mette più le bombe nelle strade di Palermo per eliminare uomini retti e giusti che non si sono fermati davanti alla sua avanzata, ma negli ultimi 50 anni ha disseminato la storia della Sicilia di “mine antiricordo”. Sono d'accordo con ciò che dice.

La Mafia non colpisce più così scopertamente con bombe e stragi, ma cerca di eliminare dalla memoria collettiva ciò che è stato, agisce nell'ombra, derubricando a "roba vecchia" ciò che accende l'attenzione dell'opinione pubblica e in via mediata, delle istituzioni e della Politica.
"Questo omicidio viene derubricato dai mezzi di informazione e da alcune istituzioni, come vittima di serie B, come lo sono tante altre, Basile, Zucchetto, Cassarà, Giuliani, D’Agostino, Montalto, Costa, Giaccone, Livatino, Saetta, Scaglione, Terranova, Fava, Alfano, solo per citarne alcuni".

Non possiamo dimenticare questi fatti, perché anche se orribili, che nessuno di noi vorrebbe fossero mai accaduti, sono un monito importante. 

Dimenticare il sacrificio di uomini giusti per la Legalità e la Giustizia, sarebbe come disonorare la loro Memoria.
Non dobbiamo e non possiamo. Mai.