Avia Pervia

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"Great minds discuss ideas. Average minds discuss events. Small minds discuss people" Eleanor Roosevelt

mercoledì 29 luglio 2015

Ricordando Rocco Chinnici e la strage di via Pipitone

Rocco Chinnici


 Oggi in occasione del 32esimo anniversario della strage di via Pipitone, in cui un'autobomba uccise il magistrato antimafia Rocco Chinnici, due carabinieri e il portiere dello stabile ricordiamo che fu la prima strage, quella che inaugurò la fase stragista mafiosa. 


Stamattina a Palermo si è svolta una breve commemorazione: sotto la lapide sono state deposte quattro corone (Regione, Ars, Comune e Carabinieri), il picchetto dell'Arma dei carabinieri, cittadini, autorità e anche i bambini del "Centro Padre Nostro" di Brancaccio hanno partecipato alla commemorazione. 

Presenti, tra gli altri, i figli di Rocco Chinnici, Caterina, eurodeputata del Pd, e Giovanni, assieme alla vedova dell'appuntato Trapassi, mentre tra le autorità il questore Guido Longo, il comandante provinciale dei carabinieri, Giuseppe De Riggi, il generale Riccardo Amato, comandante interregionale "Culqualber", il presidente dell'Ars Giovanni Ardizzone, il presidente del Tribunale Salvatore Di Vitale, l'avvocato generale Ignazio De Francisci, il presidente della Corte d'appello Gioacchino Natoli e il procuratore generale Roberto Scarpinato, l'ex componente del pool antimafia Giuseppe Di Lello. Era presente anche l'unico sopravvissuto di quella strage, Giovanni Paparcuri, autista di Rocco Chinnici.
Secondo Caterina Chinnici "esiste solo un'antimafia che è quella dell'impegno quotidiano che ognuno di noi deve mettere per ricordare e trasmettere i valori della legalità".  


Rocco Chinnici, nacque a Misilmeri, 19 gennaio 1925, magistrato, fu una delle vittime di Cosa Nostra. 
È stato l'ideatore dell'istituzione del "pool antimafia", che diede una svolta decisiva nella lotta alla mafia.
Quando nel 1980, cosa nostra uccise il capitano dell'Arma dei Carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), amico di Chinnici, con cui aveva condiviso indagini sulla mafia, i cui esiti i due giudici si scambiavano in tutta riservatezza dentro un ascensore di servizio del palazzo di Giustizia, Chinnici ebbe l'idea di istituire una struttura collaborativa fra i magistrati dell'Ufficio (poi nota come "pool antimafia"), conscio che l'isolamento dei servitori dello stato li espone all'annientamento e che, in particolare per i giudici ed i poliziotti, li rende vulnerabili poiché uccidendo chi indaga da solo, si seppellisce con lui anche il portato delle sue indagini.

Entrarono a far parte della sua "squadra" alcuni giovani magistrati fra i quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con quest'ultimo, per pura coincidenza, condivideva il giorno di nascita, il 19 gennaio. 
Altro avrebbe legato le tre figure qualche anno dopo. «Un mio orgoglio particolare» - disse Chinnici in una intervista - «è una dichiarazione degli americani secondo cui l'Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre magistrature d'Italia. I magistrati dell'Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero». 

Il primo grande processo a cosa nostra, il cosiddetto maxi processo di Palermo, è il risultato del lavoro istruttorio svolto da Chinnici.

Chinnici partecipò, in qualità di relatore a molti congressi e convegni giuridici e socio-culturali, e credeva nel coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia, recandosi nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e del pericolo della droga
In una nota intervista a "I Siciliani" di Pippo Fava: «[...] sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c'è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.
Il rifiuto della droga costituisce l'arma più potente dei giovani contro la mafia».

Ed in altra occasione aveva detto: «Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi [...] fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai».

Fu anche uno studioso del fenomeno mafioso, del quale diede in più occasioni definizioni molto decise. Nella sua relazione sulla mafia tenuta nell'incontro di studio per magistrati organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura a Grottaferrata il 3 luglio 1978 così si era espresso: “Riprendendo il filo del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall'unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia”, e più oltre aggiunge: “La mafia … nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.

Più tardi, nella detta intervista a I Siciliani, approfondì la definizione: «La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. [...] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini».

In una delle sue ultime interviste, Chinnici disse: «La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. 
Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare».

Rocco Chinnici fu ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 126 verde imbottita con 75 kg di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il sicario della mafia Antonino Madonia
Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi. L'unico superstite fu Giovanni Paparcuri, l'autista. Ad accorrere fra i primi furono due dei suoi figli, ancora ragazzi.

In Assise il giudice Antonino Saetta si contraddistinse per le dure pene inflitte ai sicari di Rocco Chinnici; fu anche lui ucciso, insieme al figlio Stefano, in un tragico attentato il 25 settembre 1988 a Caltanissetta.

Il processo per l’omicidio ha individuato come mandanti i fratelli Nino e Ignazio Salvo, e si è concluso con 12 condanne all’ergastolo e quattro condanne a 18 anni di reclusione per alcuni fra i più importanti affiliati di Cosa Nostra.

Maurizio Artale, su "il Fatto Quotidiano" scrive che "Oggi per fortuna la mafia non mette più le bombe nelle strade di Palermo per eliminare uomini retti e giusti che non si sono fermati davanti alla sua avanzata, ma negli ultimi 50 anni ha disseminato la storia della Sicilia di “mine antiricordo”. Sono d'accordo con ciò che dice.

La Mafia non colpisce più così scopertamente con bombe e stragi, ma cerca di eliminare dalla memoria collettiva ciò che è stato, agisce nell'ombra, derubricando a "roba vecchia" ciò che accende l'attenzione dell'opinione pubblica e in via mediata, delle istituzioni e della Politica.
"Questo omicidio viene derubricato dai mezzi di informazione e da alcune istituzioni, come vittima di serie B, come lo sono tante altre, Basile, Zucchetto, Cassarà, Giuliani, D’Agostino, Montalto, Costa, Giaccone, Livatino, Saetta, Scaglione, Terranova, Fava, Alfano, solo per citarne alcuni".

Non possiamo dimenticare questi fatti, perché anche se orribili, che nessuno di noi vorrebbe fossero mai accaduti, sono un monito importante. 

Dimenticare il sacrificio di uomini giusti per la Legalità e la Giustizia, sarebbe come disonorare la loro Memoria.
Non dobbiamo e non possiamo. Mai.


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